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Edad de miedo al frío y otros poemas 
GRAN CANAL Me he mirado en el espejo de tus aguas al paso de las barcas y te he visto en la onda que se quiebra antes de acariciarte. Tenías de cortesana la logia abierta, de niña abandonada la mirada perdida, de casta diva la serena risa, de joven desposada el velo que sueles levantar cada mañana al ocultarnos tu cara. ¡De tantas cosas tenías un ínfimo detalle que te creía mía! Me miraste desde el cristal de tus semblantes atravesarte enamorado y ocultaste mis ojos en la nada.  CANAL GRANDE Mi sono guardato nello specchio delle tue acque al passaggio delle barche e ti ho visto nell’onda che s’infrange prima di accarezzarti. Avevi da cortigiana la loggia aperta, da bambina abbandonata lo sguardo perso, da casta diva il sereno riso, da giovane sposina il velo che sei solita alzare ogni mattina nascondendoci il tuo viso. Di tante cose avevi un infimo dettaglio che ti credevo mia! Mi guardasti dal cristallo delle tue sembianze attraversarti innamorato e nascondesti i miei occhi nel niente. 
 Discorso di William Navarrete a Chiari, 5-11-2005 Italia: un dono della terra Un giorno scriverò versi che cantino la grandezza dell’Italia. Saranno, sicuramente, versi che non parleranno delle vittorie epiche né dei conflitti dell’anima, ma della bellezza che l’Italia ci ha lasciato in eredità nel corso dei secoli. Credo profondamente nella magia che emana dalla terra, nella forza recondita radicata nelle sue viscere e che emerge in quelli che chiamiamo “luoghi magici”, per poi espandersi nel mondo sia attraverso le parole che raccontiamo o dando colore alle note musicali che cantiamo; sia attraverso una pennellata magistrale, un corpo scolpito con maestria e grazia o, persino, attraverso un palazzo che ci invita a contemplarlo a lungo facendoci dimenticare la sua primaria funzione pratica. Con tutti questi doni, e altri che non entrano in queste brevi parole, l’Italia, come il cavaliere della bellezza, del miglior pennacchio e dell’invidiabile briglia, cavalca per il mondo, riducendo l’asprezza. Ma a volte, per dimenticanza, disattenzione o a volte per semplice ingratitudine, questa stessa gente che si ispira e che trasforma ogni giorno l’Italia, dimentica di guardarsi indietro per riconoscere che senza l’Italia sogneremmo di meno, che la musica sarebbe più triste e che anche le nostre arti sarebbero infinitamente meno belle. Quindi, da questa penisola unificata che, come lo stivale di un cavaliere è simbolo dei passi del lungo cammino dell’Europa e anche delle ali del suo volo allo stesso tempo reale e immaginario, si è sprigionato verso la Francia del razionalismo, verso la Spagna conquistatrice e verso tutta l’Europa del sapere e dell’intelligenza, l’ingrediente fondamentale e la materia prima che ci ha permesso di costruire quello che siamo soliti chiamare, quasi con paura, il Mondo Occidentale. Per questo, questi versi intitolati “Età di paura al freddo”, che lo scrittore ed editore Gordiano Lupi ha avuto la gentilezza di pubblicare e Ilaria Gesi di tradurre, sono un tributo “avant la lettre” a quest’Italia in cui tutto il mondo occidentale, come in uno specchio di vecchie patine, si guarda e si riguarda. Così, non è stata casuale la copertina che illustra questo libro e che devo al talento di Elena Migliorini, che ha catturato l’immagine di una Venezia havanera o di un’Avana veneta, entrambe città prigioniere delle loro acque . Non sono accidentali neanche le poesie “Bucintoro” e “Canal grande”, le quali con registri diversi, cantano di città che sono vittime della loro gloria e dell’uomo che ci vive estasiato dalla bellezza in mezzo alle sue disgrazie. Questa città, pur essendo Venezia, può benissimo essere l’Avana, anche se in quest’ultima più che rapito dalla bellezza, l’uomo che ci vive è prigioniero dell’arbitrarietà, dell’oppressione, della paura e del silenzio assordante di un potere meschino. È anche grazie all’Italia che ho scritto la poesia “Mercurio alato”, questo Dio giovane, quasi un angelo, scolpito dalle abili mani di Juan de Boloña e che oggi trema per il freddo sotto la sua armatura di bronzo in una sala fuori dal tempo nel palazzo del Louvre. Per questo sento, senza paura di sbagliarmi, che venendo qui per quest’occasione non l’ho fatto come tante altre volte, ma l’ho fatto restituendo all’Italia, anche se non tutto, almeno una piccolissima parte delle tante cose che mi offre. E non dico altro perché degli incanti non si parla, perché continuino ad essere protetti dentro o attraversino le distanze della terra e della lingua per restare nei versi, che sono come patti segreti nella notte ancestrale della memoria. Da uno di questi patti sono sgorgati questi versi e il fatto che li abbia terminati non significa che abbia messo fine anche all’incontro interminabile delle mie notti con l’Italia. William Navarrete
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